

186. La rivoluzione del 1989.

Da un'intervista di G. Manacorda a R. Dahrendorf, pubblicata su
Mercurio, supplemento di la Repubblica, 23 dicembre 1989.

Il 1989 fu un anno cruciale per la storia mondiale: mentre in
Unione Sovietica era in atto una trasformazione politica che
avrebbe finito per provocarne la dissoluzione, uno dopo l'altro
giunsero a fine i regimi comunisti dell'Europa orientale e cadde
il muro di Berlino, tragico simbolo della contrapposizione tra Est
ed Ovest. La relativa rapidit dei processi che portarono a tali
eventi e la loro enorme rilevanza politica - il volto politico
dell'Europa ne usc profondamente mutato e le relazioni
internazionali cessarono di essere caratterizzate dal bipolarismo
USA-URSS - hanno fatto parlare di rivoluzione del 1989.
Intervistato dal giornalista italiano Giorgio Manacorda
all'indomani del crollo del muro di Berlino, Ralf Dahrendorf
afferma che una delle questioni pi importanti connesse con la
rivoluzione del 1989  quella del rapporto tra democrazia politica
e sviluppo economico. Secondo il sociologo di origine tedesca, i
tempi relativamente brevi dei mutamenti politici dovranno
necessariamente essere seguiti dai tempi lunghi dei cambiamenti
economici, e questo avverr attraverso un processo che non potr
essere indolore: mentre la democratizzazione procura un'immediata
euforia, il rilancio economico, all'inizio, comporta molti
sacrifici.


Professor Dahrendorf, ho saputo che lei sta scrivendo un libro
sull'Ottantanove. Le posso chiedere l'elenco dei temi che tocca o,
meglio ancora, come ha suddiviso e ordinato la ribollente e
polimorfa materia in divenire di cui sta scrivendo?.
Non so se riuscir a scriverlo, quel libro: la storia si muove,
oggi, cos velocemente che gli storici non ce la fanno a seguirne
gli sviluppi. Quello che si  scritto a settembre a dicembre 
ormai completamente superato. Si deve quindi pensare che ci che
scriviamo a dicembre sar superato a febbraio. Detto questo, per,
mi sembra che il grande tema della rivoluzione del 1989 sia nel
rapporto tra la democrazia politica e lo sviluppo economico.
Vuole spiegare meglio?.
Democrazia e sviluppo economico hanno tempi diversi. Le
istituzioni democratiche si possono creare in tempi relativamente
brevi. Lo sviluppo economico, invece, ha bisogno di tempi pi
lunghi. E questo  gi un problema. Secondo problema: la
democrazia politica non conduce automaticamente a una crescita
economica: si tratta di due processi tra di loro quasi
separati. Terzo: mentre la democratizzazione procura un'immediata
euforia, il rilancio economico, all'inizio, comporta molti
sacrifici. Le due cose stanno male insieme:  difficile
attraversare allegramente una valle di lacrime. La fiducia
economica ha bisogno di stabilit e democratizzazione significa
instabilit. L'elenco dei problemi potrebbe seguitare. Tutti,
per, girano intorno al rapporto tra riforme politiche e riforme
economiche.
Se lei scrivesse il libro che forse non scriver questo ne
sarebbe, quindi, il tema centrale?.
Questo sarebbe il tema portante. Anche perch questo  il punto in
cui Marx [Karl Marx, filosofo ed economista tedesco, vissuto fra
il 1818 e il 1883, sostenitore di una concezione materialista
della storia e massimo teorico del comunismo] si  sbagliato.
Egli, infatti, pensava che rivoluzione politica e rivoluzione
economica alla fine fossero la stessa cosa. Invece sono due cose
diverse.
Vuol dire con questo che anche Marx  stato travolto dal crollo
del comunismo reale [ cos definito il modo in cui le teorie
comuniste sono state attuate dall'Unione Sovietica e dai paesi ad
essa legati]? Marx  gi da buttare?.
Per me Marx  sempre stato un importante autore tra gli altri. Non
 mai stato una sorta di Bibbia. Credo che Marx resti un autore
importante, ma se lei mi domandasse se Marx  superiore a Kant
[Immanuel Kant, vissuto tra il 1724 e il 1804, uno dei pi grandi
filosofi dell'et moderna], le risponderei che sono ambedue figure
di grande rilievo, e lo resteranno. Posso immaginare che ora la
gente dei paesi comunisti voglia completamente dimenticare
Marx. La storia ha molto spesso di queste oscillazioni. Non segue
il cammino diretto della ragione. [...].
Il modello occidentale, che  egemone in campo economico e
politico, lo sar anche nella cultura? Con il termine cultura
intendo sia i comportamenti sociali di massa - insomma il
costume, le mode eccetera - sia lo scambio di idee, di opere, di
intellettuali, di scrittori.
Dar due risposte diverse ma connesse fra di loro. Ho il sospetto
che la gente nella Mitteleuropa orientale [l'insieme dei paesi
dell'Europa centro-orientale] per prima cosa voglia avere tutto
quello che abbiamo noi. Anche se noi siamo critici nei confronti
di quello che abbiamo, troverei incredibilmente paternalistico se
gli dicessimo di non fare gli errori che abbiamo fatto
noi. Dobbiamo consentire alla gente di rifare gli stessi errori, e
loro li faranno: vivranno di credito, privilegeranno i valori
materiali contro i valori ideali, la luccicante motocicletta
cromata sar pi importante del libro, le vacanze sull'Adriatico
saranno pi importanti della solidariet sociale nel proprio
paese. Questi valori o comportamenti culturali verranno in primo
piano nell'Europa dell'Est in modo tendenzialmente estremistico, e
credo che noi faremo bene a non guardarli con un occhio troppo
critico. E' una fase che loro devono attraversare.
Questo per quanto riguarda la cultura di massa. E per la cultura
in senso stretto?.
Ci che io talvolta chiamo il mercato comune dello spirito,  gi
oggi una realt. Recentemente ho partecipato a un convegno in cui
Andr Fontaine di Le Monde [uno dei pi importanti quotidiani
francesi] ha usato una bella espressione: ricomposizione dei
linguaggi. Improvvisamente, negli incontri con i nostri colleghi
e amici dell'Europa orientale, oggi noi possiamo parlare la stessa
lingua. Si tratta di un immenso progresso. Il che non significa
che si facciano o si pensino le stesse cose. L'Europa vivr della
molteplicit, non dell'unit. Il concerto Europa, con i suoi tanti
strumenti diversi, diventer pi bello. Non unitario, ma bello per
la sua molteplicit.
Che ruolo ha avuto l'informazione nelle rivoluzioni pacifiche di
quest'anno? E che ruolo avr in futuro?.
Non c' dubbio che i media abbiano avuto un grande ruolo. Ma c'
un fenomeno interessante: ancora oggi  relativamente poca
l'informazione all'interno delle societ dell'Est. Per esempio: i
cechi ne sanno di pi sulla Francia che sulla Polonia. Pu
sembrare strano, ma c' poco scambio all'interno dell'Est: prima
erano tutti rivolti verso Mosca, adesso guardano tutti ad
Occidente. C' quindi ancora da esaudire un notevole fabbisogno di
informazione. Ma, nel complesso, i media sono stati enormemente
importanti. Le immagini televisive dei dimostranti a Praga hanno
senza dubbio avuto un significato a Sofia e i tedeschi che
fuggivano dalla Repubblica democratica tedesca hanno a loro volta
influenzato i cecoslovacchi. Quello che  successo dimostra che i
media sono dalla parte della libert. E' una cosa di cui si prende
atto molto volentieri persino nel momento in cui ci si preoccupa
perch i media sono in poche mani.
